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Il Duende
Sguardo nel flamenco

Mostra fotografica a cura di Paolo Barbuio, fotografo

da lunedì 5 settembre a domenica 30 ottobre 2016
Spazio Foto
Centro Culturale Casa A. Zanussi Pordenone

Il Centro Iniziative Culturali propone la mostra “Il Duende. Sguardo nel flamenco” nello Spazio Foto del Centro Culturale Casa A. Zanussi. L’esposizione, visitabile fino al 30 ottobre 2016, raccoglie il lavoro del fotografo Paolo Barbuio. 

 

Il Duende e Paolo Barbuio
Il portogruarese Paolo Barbuio, ritrattista ed esperto di fotografia industriale di livello internazionale, presenta Duende, un percorso fotografico che coglie alcuni momenti delle esibizioni del gruppo di ballo e musica flamenca “La gitana morena” diretto da Sara Buttignol, che egli segue da tempo. Il duende incarna la forza espressiva e lo spirito del flamenco. Si potrebbe tradurre in modo piuttosto approssimativo con i termini di “demone”, “spirito” o “folletto” e riferirlo a ciò che in ciascun ambiente e in ogni essere umano è legato alle emozioni più semplici e primordiali, le più profonde e istintive, tra cui il dolore e la gioia. Il duende è inoltre solitamente associato alla notte, tempo e luogo del mistero e delle angosce, zona in cui l’animo, non confuso dai suoni e dai colori, può scoprirsi e guardarsi: il flamenco opera come duende sconvolgendo l’intimo, travolgendolo con il suo flusso di dolore e di rabbia fino a condurlo alla catarsi.
Scrive il poeta Garcia Lorca: “Tutto ciò che ha suoni scuri ha duende. Questi suoni oscuri sono il
mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove
proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un
pensare. Ho sentito dire a un vecchio maestro di chitarra: il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi. Vale a dire che non è questione di facoltà, bensì di autentico estilo vivo; ovvero di sangue…”. E’ la ricerca del duende nelle forme del flamenco che intriga Paolo Barbuio: il ballo è l’esternazione dell’anima che soffre, che urla e si lamenta. Gli scatti del portogruarese, infatti, non colgono bellezze stereotipe o pose scontate, pur soffermandosi su mosse tipiche flamenche, ma catturano piuttosto alcuni momenti altamente espressivi dei corpi tesi, dei visi tirati o corrucciati, a volte distorti. D’altronde nel ballo è il corpo che parla, si snoda e si sporge o ruota secondo un impulso segreto e non noto allo spettatore. I piedi seguono linee inafferrabili e le braccia e le mani traiettorie circolari o diagonali vibranti, sicure e rapide, seguite o bloccate da pause secche. Sono linee che si aprono e si richiudono su di sé in un disegno misterioso, ma coinvolgente. Per il fotografo l’impresa è impegnativa, perché il flamenco non è solo movimento ma anche voce e musica: baile, cante e toque non prescindono l’uno dall’altro: il lamento, il grido è un tutt’uno di suono, parola e figura. Alla fotografia rimane la figura.
Come restituire allora la drammaticità dell’insieme?
Barbuio sceglie il bianco e nero: in questo modo annulla la rumorosità delle tinte sgargianti dei costumi, pulisce la scena dalle interferenze coloristiche dell’ambiente circostante i ballerini e i suonatori. Lascia la narrazione alle forme del corpo e al disegno che esse tessono, dà al pensiero la possibilità di immaginare, crea il silenzio perché si oda la voce uscire dalle bocche alterate e il suono della chitarra stridente e aspro ci raggiunga; l’occhio indovini infine il ritmo delle percussioni dal gesto del ballerino!
Ma ciò che dice dell’arte di Barbuio, della sua idea dell’esistenza, così come esce dal racconto flamenco, è l’inquadratura. Essa è l’impronta di una realtà personale che tradisce il pensiero del fotografo: egli sceglie infatti di ritagliare dal continuum della realtà, in questo caso, dall’evento flamenco nel suo farsi, un certo particolare, una certa mossa, un certo punto di vista.
Il dettaglio, il gesto, lo sguardo, catturati nello scatto, diventano exemplum di una realtà più vasta, della quale il fotografo dà la sua personale definizione in quanto essi sono stati scelti tra tanti altri frammenti di realtà. E’ una verità: quella di Paolo Barbuio. Il flamenco dell’artista portogruarese è quindi la sua visione del flamenco (e forse anche dell’esperienza umana?): si coglie la sofferenza dell’atto nelle espressioni contratte di ballerini e cantanti; rari i momenti di distensione.
Emerge da queste foto un mondo di solitudine e di dolore: anche se in gruppo, gli individui sembrano tra loro lontani, chiusi nel loro urlo, isolati nel mistero dell’ombra “come carbon che fiamma rende” (Dante,
Paradiso XIV,52).
Tiziana Pauletto
 

  
> La mostra è aperta fino al 30 ottobre 2016
   dal lunedì al venerdì 9.00-19.00
   sabato 9.00-18.00
   domenica 15.30-19.00

chiuso giovedì 8 settembre 2016
   ingresso libero

  

 

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